Immaginate una ragazza che torna a casa dopo una giornata di studio all'università. Accende la tv, apre i social: le notizie che arrivano dal mondo sono terribili, pesanti come macigni.

Sembra che non ci sia più spazio per i sogni, soffocati da una realtà che fa paura. Un tunnel nel quale l'unica luce è la speranza.

In questo silenzio amaro, irrompe la musica.

Inizialmente è una Siguiriya: il  volto più tragico e oscuro del flamenco. È un canto desolato che parla di sofferenza, di amore e di morte, dando voce a quel dolore che troppo spesso ci portiamo dentro.

Ma proprio quando il buio sembra vincere, il flamenco compie la sua magia: il ritmo si trasforma, il clima cambia e sboccia l'Alegría.

Quel 'tiriti, tran, tran' che è un inno alla vita, una spensieratezza necessaria per continuare a sperare e per costruire, nonostante tutto, un futuro di pace.

La giornata volge al termine e la realtà si mescola finalmente al sogno. Il racconto si chiude con la ninna nanna più maestosa della letteratura spagnola: la 'Nana del caballo grande', con le parole immortali di Federico García Lorca e la musica che Ricardo Pachón scrisse per il mito, Camaron de la Isla.

La giornata si conclude e la ragazza ha portato, attraverso la musica, la propria speranza fuori dal tunnel. La luce adesso è quella del sole di giorno e della luna di notte.

Il pubblico è stato portato in questa narrazione intensa, tra cruda realtà e visione onirica, dalla stessa ideatrice ed autrice della coreografia Eleonora 'Eris' Acanfora, accompagnata al canto da Pedro Obregón e alla chitarra da Manuel García.