Il 150° anniversario della prima esecuzione di Carmen non è certo passato inosservato ai teatri italiani: dal Teatro Mario Del Monaco di Treviso, dove mancava dal 2006, è partita una nuova coproduzione che toccherà i teatri di Padova, Rovigo, Pisa e della Rete Lirica delle Marche fino all'inizio della primavera.

Filippo Tonon, che come di consueto firma regia e scene, opta per un'ambientazione coeva al periodo di composizione dell'opera, nel pieno della Seconda rivoluzione industriale: vediamo sul palco l'interno di una fabbrica che, con qualche variazione di elementi scenici e delle luci di Fiammetta Baldiserri e Silvia Vacca, si presta a diventare la taverna di Lillas Pastia, il covo dei contrabbandieri e l'esterno dell'arena di Siviglia.

L'idea di fondo non è sicuramente nuova ma fortunatamente l'allestimento ha il merito di risolversi fattivamente dalla teoria in buona pratica: il lavoro condotto con i solisti si rivela ben centrato e tutti, dai protagonisti ai più marginali, si impongono per una recitazione solida e perfettamente in linea con le coordinate dell'allestimento. Anche le masse si muovono senza impacciamenti o limitarsi a fare da mero sfondo di cartolina: l'unico tributo al côté "oleografico" sono i costumi dello stesso regista e di Carla Galleri e le coreografie di Maria José Leon Soto, che hanno il pregio di non rubare la scena all'azione con lo sventolamento di gonne, capote e mulete.

Se l'impatto dell'allestimento si rivela convincente, non altrettanto si può dire della direzione cui avrebbero indubbiamente giovato un paio di prove in più: Marco Angius stacca tempi che cercano di assecondare le esigenze dei solisti, perdendo però in alcuni casi le fila del dialogo tra buca e palco. Non uniforme la prestazione dell'Orchestra di Padova e del Veneto, sbilanciata soprattutto per quanto riguarda ottoni e percussioni; prova in crescendo per il Coro Lirico Veneto, mentre limate alcune asperità si rivela promettente l'esordio del Coro di voci bianche del Teatro Sociale di Rovigo

Ad onta di queste difficoltà, che verranno sicuramente risolte nelle successive riprese, la compagnia di canto non dà segni di cedimento e porta a casa la serata con esiti più che soddisfacenti.

Semplicemente inappuntabile la Carmen di Caterina Piva, astro in rapida ascesa, forte di uno strumento vocale che risponde a tutte le esigenze della parte: sensualità, magnetismo e dimensione tragica non vengono mai meno in nessuno dei brani che la vedono coinvolta.

Al suo fianco, Jean-François Borras è un Don Josè misurato, che rende credibile l'evoluzione psicologica e vocale del ruolo da ligio soldato a sedotto disertore (ben riuscite le mezzevoci di cui fa sfoggio nell'aria del fiore) fino alla spietatezza dell'assassino.

Molto bene Claudio Sgura, che ripropone il suo collaudato Escamillo dimostrando sicurezza e autorità nei celeberrimi couplets e nel duetto con il rivale, e Francesca Dotto, una Micaëla matura e affatto bamboleggiante che emerge per squillo e presenza scenica.

Validi senza riserve i contributi dei ruoli "di contorno" che non si lasciano mettere in ombra dai protagonisti: Angelica Disanto e Eleonora Filipponi tratteggiano con brio Frasquita e Mercedes senza scadere nella civetteria, così come William Hernandez e Roberto Covatta sono dei puntuali e tutt'altro che macchiettistici Dancairo e Remendado; bene anche l'altero Zuniga di Alessandro Ravasio e l'insinuante Moralès di Said Gobechiya.

Teatro vicino al tutto esaurito, pubblico prodigo sì di applausi ma parco di acclamazioni e festeggiamenti ai saluti finali.

La recensione si riferisce alla recita di venerdì 5 dicembre 2025.

Martino Pinali - Opera Click - https://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/treviso-teatro-comunale-mario-del-monaco-carmen


Se io non voglio, tu non puoi” è il motto che guida nell’attualità del nostro oggi, la campagna contro la violenza sulle donne, e questo principio – ancora oggi disatteso – è straordinariamente calzante sulle vicende affrontate da Carmen nella metà dell’ottocento secondo la novella di Mérimée e portata in musica con l’omonima opéra-comique in quattro quadri da Georges Bizet nel 1873. Ma sembra che a distanza di secoli nulla sia cambiato.

Resta però innegabile che il messaggio diffuso dal vibrante personaggio femminile è tutt’ora quanto mai importante: La gitana Carmen sceglie, non subisce. È fortemente indipendente; non prigioniera delle convenzioni, delle imposizioni, dei lacci degli amori tossici che pur la sua prorompente sensualità stimolano. Carmen è libera in modo assoluto. Conosce i rischi e le lacerazioni che il suo essere libera comportano, e coerente a stessa, fedele a sé stessa, li accetta: “Jamais Carmen ne cédera! Libre elle est née et libre elle mourra! “(Atto IV)

La prematura scomparsa del compositore francese a soli 37 non gratificò la sua vita tormentata da stenti e difficoltà con il successo post mortem che fece della sua Carmen forse l’opera tra le più conosciute e rappresentate nel mondo.

E’ innegabile la potenza evocativa delle musiche e delle famose arie che ci portano a respirare le immagini della città iberica, Siviglia, con la sua laza de Toros de la Maestranza nella quale il rituale cruento della tauromachia è quasi un sabba ipnotico ed il toreador Escamillo osannato come un dio. L’antica e barocca Real Fábrica de Tabacos – ora sede universitaria – dalla quale escono a fine turno le madide sigaraie e su di loro gli sguardi puntati degli uomini e tra loro Don José, soldato del corpo di guardia, come altri a digiuno d’amore.

Complici delle disordinate passioni il caldo, l’alcol dolce e generoso del Manzanilla, lo sherry andaluso, le volute del fumo di forti tabacchi, i sinuosi ed ammiccanti gesti della Seguidilla, danza popolare castigliana e non ultima una disinvolta e leggera promiscuità sentimentale legata più alla “joie de vivre” che ad altro e che permeano la vita dei gitani e dei contrabbandieri.

E pensare che George Bizet non aveva mai visitato o soggiornato nella penisola iberica e ciò nonostante, le frequentazioni parigine con artisti spagnoli riparati in terra francese a seguito della severa censura culturale vigente in Spagna a causa dell’inquieta situazione politica, influenzarono non poco lo spartito del compositore e pianista che catturò – ad esempio in Habanera (L’amour est un oiseau rebelle) – le musiche di El Arreglito composte anni prima da Sebastián Yradier.

Al Teatro Mario Del Monaco l’ultima rappresentazione dell’opera risale al 2006 ed ancora vivida nei ricordi dei trevigiani è la produzione del 1995 con la regia di Hugo de Hana. In questo 2025 Carmen torna in Treviso che apre il sipario cogliendo la doppia occasione: celebra il 150° anniversario della prima rappresentazione avvenuta all’ Opéra-Comique di Parigi e anno stesso della scomparsa del grande compositore, con una nuova e fortunata coproduzione tra il Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso, il Teatro Sociale di Rovigo, la Fondazione Teatro di Pisa e la Fondazione Rete Lirica delle Marche e con la regia di Filippo Tonon il quale, con Carla Galleri cura anche i costumi. Le luci sono Fiammetta Baldisseri, e le coreografie di Maria José Leon Soto.

Nella seconda metà dell’800 l’Europa è interessata dalla seconda grande rivoluzione industriale e coinvolge pienamente le trasformazioni e innovazioni che avvengono nella società. I cambiamenti significativi influenzano la cultura, il pensiero, i costumi e nuovi stili di vita, trasformando di fatto, il tessuto sociale e modificando la scala delle priorità ad esso associate e non da tutti, soprattutto dalle classi operaie, assorbite.

È questo il fil rouge che spinge il regista Tonon a scegliere un’ambientazione incombente di strutture industriali pre belliche rappresentanti una sorta di docks o banchine di scambi portuali, nei quali si assembrano vite di lavoratori, lavoratrici, sorveglianti, bambini e varia umanità già fagocitati dall’inarrestabile sistema produttivo. Il periodo è lo stesso che vede la nascita dell’opera e la lettura visiva si colloca senza trauma ancor più legata dai costumi pienamente fedeli al capolavoro bizetiano e descritto dai suoi librettisti Henri Meilhac e Ludovic Halévy.

La buona Orchestra di Padova e del Veneto è diretta dal Maestro Marco Angius il quale, soprattutto verso l’ultima parte dell’esecuzione tramuta in evanescente e non sempre sembra tenere in pienezza il ritmo narrativo orchestrale e all’ascolto, si impasticcia con i tempi dei tacchi battuti sulle assi dai danzatori di flamenco.

Il cast scritturato è ben bilanciato e ogni voce appropriata ai ruoli.

Il giovane timbro mezzosopranile ben timbrato e dal temperamento svettante di Caterina Piva rende Carmen ben tormentata nei suoi desideri contrastati tra passioni, timori e voglia di libertà irrinunciabile. L’agilità ed il fraseggio l’aiutano a sopperire qualche resa in rigidità. La sensuale femminilità della gitana è di efficace presenza scenica.

Il tenore Jean-Francois Borras tratteggia con convinzione un Don José che perde, per gelosia, il lume della ragione. Il timbro è sicuro, ampio, possiede importanti spinte di tenuta vocale drammatica senza storpiare in canto stentoreo e bilancia mezzevoci suadenti nelle linee vocali di supplica. La madrelingua francese – ça va sans dire, se mai c’è bisogno di sottolinearlo – rende impeccabile il tutto.

Francesca Dotto è la timorata Micaela. La voce sopranile è credibile nel tratto del personaggio: ricco di sfumature, struggente e musicale sensibilità unita ad una buona presenza scenica, sortisce bene il profilo di una donna sopraffatta dal senso del dovere devoto.

L’Escamillo di Claudio Sgura è di indubbio impatto scenico; molte sue interpretazioni ne hanno decretato in recitazione il ruolo di leader imperioso e, senza difficoltà, il passo e la statura in palcoscenico lo convalidano. Il baritono ben si adatta al ruolo dell’osannato eroe matador con il buon timbro brunito e la buona ampiezza vocale che porta in volumi ben resi.

Eleonora Filipponi è una pastosa Mercédès dal colore scuro e Angelica Disanto è Frasquita dalle dinamiche colorature, tutte e due vengono talvolta penalizzate da alcune incursioni orchestrali.

Timbri di solidità e ben calibrati sia in Zuniga di Alessandro Ravasio che in Moralès di Said Gobechiya

Il Remendado del tenore Roberto Covatta e il Dancairo del baritono William Hernandez fanno puntuale squadra vocale e credibili contrabbandieri.

Sorprende la vivace bravura dei piccoli cantori del Coro di Voci Bianche del Teatro Sociale di Rovigo, pregevolmente preparatati dal Maestro del Coro Francesco Toso, i quali sembrano aver assorbito l’ottimo esempio da segnalare per efficacia e compattezza del Coro Lirico Veneto guidato da Alberto Pelosin.

Il teatro è sold out ed il pubblico dimostra partecipato il proprio apprezzamento tributando per alcuni minuti calorosi applausi agli interpreti. Che a Treviso non è cosa scontata.

Carmen | 5 dicembre 2025 | Treviso, Teatro Mario Del Monaco

Opéra-comique in quattro atti di Georges Bizet
Libretto Henri Meilhac

Produzione Comune di Treviso – Teatro Mario Del Monaco, Comune di Padova – Teatro Verdi, Comune di Rovigo – Teatro Sociale

CAST

Carmen Caterina Piva

Don José Jean-François Borras

Micaëla Francesca Dotto

Escamillo Claudio Sgura

Frasquita Angelica Disanto

Mercédès Eleonora Filipponi

Dancairo William Hernandez

Remendado Roberto Covatta

Zuniga Alessandro Ravasio

Moralès Said Gobechiya

 

Orchestra OPV Orchestra di Padova e del Veneto
Direttore d’Orchestra Marco Angius
Coro Coro Lirico Veneto
Coro di Voci Bianche Teatro Sociale di Rovigo
Regia e scene Filippo Tonon
Costumi Filippo Tonon e Carla Galleri
Assistente alla regia Veronica Bolognani
Luci Fiammetta Baldiserri
Coreografie Maria José Leon Soto

Chiara Casarin - Opera Mundus

https://www.operamundus.com/recensioni/treviso-teatro-mario-del-monaco-carmen/

VICE PRESIDENTE ONORARIO DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche, Interviste


Una Carmen vera, genuina ed insieme elegante ha trionfato ieri nella elegante e raffinata cornice dell’incantevole Teatro Mario Del Monaco nella bella città di Treviso. L’immortale capolavoro di Georges Bizet è stato tratteggiato con pennellate asciutte, ma geniali dalla mano del regista e scenografo Filippo Tonon che ha ideato uno spazio apparentemente tecnico e spoglio, fatto di legno vissuto e scale di acciaio,con personaggi vivi e vibranti, e potenti scene di massa, coadiuvato nei costumi molto belli e fluidi nella loro semplicità da Carla Galleri e sapientemente assecondato dalle ottime luci incisive a cura di Fiammetta Baldisseri e Silvia Vacca. Due i momenti che ci hanno colpito nello svolgere della vicenda: lo stringersi della massa corale e dei solisti attorno a Don Josè , quasi in un abbraccio mortale e soffocante nel finale dell’atto secondo, e la marcia volitiva e decisa di Carmen incontro al suo destino di morte , a testa alta e fiera, nel finale dell’opera.

Ad incarnare la mitica gitana era Caterina Piva, voce morbida e tecnicamente perfetta, dal bel colore vellutato e denso di mezzosoprano puro, gradevole fisico adatto al ruolo ( anche se la reale Carmen della novella di Mérimée viene descritta non certo simile a miss Universo), ma a mio avviso all’artista, che ha comunque offerto un’ottima prestazione, manca il fascino ferino e lo stigma della autentica seduttrice e manipolatrice che rende mitico il personaggio della fatale zingara.

Al suo fianco Jean-François Borras, tenore monegasco, che ha reso dolorosamente vero e ben scolpito il suo Don Josè . La voce era ben proiettata e raggiante , anche se più adatta ad un repertorio più lirico e belcantista. L’artista ha ricamato la romanza del secondo atto , infondendo in ogni nota ed accento passione e sentimento che hanno raggiunto con forza il pubblico. Autentico e vero nel duetto finale , il cantante francese ha saputo dispiegare ogni gamma di reazioni reali e mai superficiali, ma calcolate e studiate con perizia.

Soave farfalla di acciaio, deliziosa e forte insieme la Micaela di Francesca Dotto, che ha dispiegato le perle della sua stupenda voce di soprano, trionfando nell’aria del terzo atto , colpendo per il suo squisito fraseggio e la sua raffinata musicalità.

Gran mattatore in tutti i sensi il baritono Claudio Sgura, uno splendido Escamillo che colpisce già dal suo primo entrare in scena, con la voce dal meraviglioso colore bronzeo, la figura imponente e perfetta per il personaggio e il grande carisma scenico. Lo completa una sapiente musicalità, ampiamente sfoggiata nel duetto con il tenore nel terzo atto.

Voci molto ben condotte, vivaci e gradevolissime in scena, ben amalgamate tra di loro la Frasquita di Angelica Disanto, con acuti ben scoccati e raggianti e la luminosa e musicalmente ottima Mercedes di Eleonora Filipponi. Voci da seguire con attenzione come pure i loro patners William Hernandez, eccellente Dancairo e Roberto Covatta, un Remendado di sicura resa. Buone le prestazioni di Alessandro Ravasio, Zuniga importante e ben eseguito, e di Said Gobechiya, Morales di buona resa.

Il Coro Lirico Veneto, diretto dal Maestro Alberto Pelosin, ha offerto una prestazione decorosa, ma discontinua soprattutto nelle voci femminili non sempre intonate e stridule, mentre sono da lodare il colore ed il suono unico della sezione dei bassi-baritoni. Una sorpresa gradevolissima ed acclamata è stata offerta dal neonato Coro di Voci bianche del Teatro Sociale di Rovigo, diretto dal Maestro Francesco Toso, composto da ragazzini bravi, preparati, disinvolti in scena, di eccellente resa musicale, che si sono messi in gioco vincendo a piene mani la scommessa.

Sul podio di una buona Orchestra di Padova e del Veneto il Maestro Marco Angius che ha saputo trovare ed offrire al pubblico una miriade di affascinanti colori e ricercati suoni nella rutilante celebre partitura bizetiana.

Molto vivaci e fascinose le coreografie di Maria José Leon Soto, che ha tinteggiato le scene d’assieme di classico spagnolo con movimenti fluidi e guizzanti.

Un pubblico non numerosissimo, ma attento ed entusiasta ha premiato con diverse chiamate in proscenio questo spettacolo elegante e garbato.

CARMEN

Opéra-comique in quattro atti di Georges Bizet
Libretto Henri Meilhac
Orchestra OPV Orchestra di Padova e del Veneto
Direttore d’Orchestra Marco Angius
Coro Coro Lirico Veneto
Coro di Voci Bianche Teatro Sociale di Rovigo
Regia e scene Filippo Tonon
Costumi Filippo Tonon e Carla Galleri
Assistente alla regia Veronica Bolognani
Luci Fiammetta Baldiserri
Coreografie Maria José Leon Soto
Produzione Comune di Treviso – Teatro Mario Del Monaco, Comune di Padova – Teatro Verdi, Comune di Rovigo – Teatro Sociale

Personaggi e interpreti

Carmen
Caterina Piva

Don José
Jean-François Borras

Micaëla
Francesca Dotto

Escamillo
Claudio Sgura

Frasquita
Angelica Disanto

Mercédès
Eleonora Filipponi

Dancairo
William Hernandez

Remendado
Roberto Covatta

Zuniga
Alessandro Ravasio

Moralès
Said Gobechiya

Cristina Miriam Chiaffoni - Opera Libera 

https://www.operalibera.net/wp/2025/12/05/carmen-teatro-mario-del-monaco-treviso/?fbclid=IwY2xjawOiE8RleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR7Ow3QLxQtKkg0GIbF5ikZjL90hNu8xwoh1oAji1c231aDPBEVDgNT0EpPvcQ_aem_vRZ6KOWN1hjiSz7rYqjsCA


A Treviso la forza primordiale di Carmen

Treviso, Teatro Comunale Mario del Monaco, 5 dicembre 2025

Aveva colto nel segno Friedrich Nietzsche nel definire Carmen un’opera di radicale realismo e potente vis tragica, un’opera incentrata sull’amore come forza primordiale e, quindi, come destino e fatalità. In questo senso la Carmen assurge a immagine di un’umanità concreta, vitalistica, autentica, in quanto tale dominata da impulsi e passioni travolgenti, e per questo orientate verso la dissoluzione. Dati questi assunti, non può stupire che la prima rappresentazione, avvenuta all’Opéra-Comique parigina (con i dialoghi parlati), il 3 marzo 1875, fosse approdata ad un clamoroso insuccesso (al punto da indurre l’autore ad apportare svariate modifiche), così come non desta meraviglia la popolarità che gradatamente ha avuto e continua ad avere in una realtà come quella attuale, sempre più materialista, aggressiva e violenta, in particolare nei confronti della donna. Tutto questo ha suggerito al regista Filippo Tonon, per le rappresentazioni del 5-7 dicembre al Comunale di Treviso, di ambientare la vicenda nella Seconda Rivoluzione Industriale (1870-1880), periodo nel quale l’opera venne di fatto concepita, evidenziando con efficace realismo il grigiore della vita quotidiana e degli ambienti lavorativi, dominati da un capitalismo totalmente votato alle leggi del profitto in termini di rapacità e prevaricazione. Ne è scaturita una pièce sostanzialmente limitata nelle componenti folcloristiche (necessariamente non del tutto escluse), a vantaggio di quella concretezza determinante per rendere più credibili gli sviluppi della vicenda (ancor più tragici nel racconto di Merimée, da cui è stato tratto il libretto).

Tutto questo è stato sostanzialmente fatto proprio dai protagonisti di questo nuovo allestimento trevigiano, a cominciare dalla direzione energica ed esuberante di Marco Angius, a capo dell’Orchestra di Padova e del Veneto, insieme ad una compagnia di canto compatta ed omogenea, nella quale ha dominato la Carmen tragica e sensuale di Caterina Piva: già più volte apprezzata dalla critica in questo stesso ruolo, la cantante si è affermata con autorevolezza anche in questa occasione, calandosi appieno nel suo personaggio (particolarmente coinvolgenti, in particolare, la Seguidilla,la scena delle carte e il finale del quarto atto, ove l’avvenente sigaraia va incontro alla morte senza cedimenti, dando prova di essere pienamente fedele verso se stessa), oltre che dotata di una voce molto gradevole per morbidezza e duttilità, utilizzata con una gamma davvero ammirevole di sfumature (emergendo, tra l’altro, anche come un’ottima attrice). Sostanzialmente convincente anche il Don José di Jean-François Borras (nonostante un inizio un po’ sotto tono), capace di dar vita ad un graduale crescendo drammatico nell’ambito dell’itinerario autodistruttivo del suo fragile personaggio (irretito nelle seduzioni di Carmen), grazie anche ad una vocalità senza dubbio generosa, utilizzata con apprezzabile flessibilità. Affatto autorevole il vacuo Escamillo di Claudio Sgura, interprete dotato di una rilevante presenza scenica e di una voce scura, piena e potente, funzionale nel rendere credibili le attrattive esercitate sulla protagonista. Interessante anche la delicata Micäela di Francesca Dotto, una figura senza dubbio convenzionale nel suo ruolo di infelice innamorata di Don José, ma che il soprano trevigiano ha saputo rendere con la dovuta freschezza, piacevole timbro vocale e personale sensibilità. Sostanzialmente rispondenti al loro compito tutte le altre figure minori, mediamente dotate di buone voci e vivacità scenica. All’importante esito della serata hanno comunque contribuito anche i cori (comprese le incisive voci bianche), sempre puntuali nei loro frequenti interventi, le variegate coreografie e i costumi. In definitiva una resa riuscita, per la ricchezza dei contrasti drammatici e con momenti di notevole spettacolarità, accolti dal pubblico con ripetuti applausi ed ovazioni finali.

Claudio Bolzan 

https://www.rivistamusica.com/a-treviso-la-forza-primordiale-di-carmen/


Carmen tra industria e passione

L’opera di Bizet torna al Teatro Comunale “Mario Dal Monaco” di Treviso in un allestimento ambizioso ma discontinuo, buone prove vocali e qualche limite musicale


Treviso celebra il ritorno di Carmen nel segno di una doppia ricorrenza: i 150 anni dalla creazione all’Opéra-Comique e il centocinquantesimo anniversario della morte di Georges Bizet. Un’occasione importante, che il Teatro Mario Del Monaco coglie presentando un nuovo allestimento firmato da Filippo Tonon per regia, scene e costumi (con Carla Galleri). Tonon, già assistente di Hugo De Ana — artefice nel 1987 di un allestimento di grande successo ambientato negli anni della guerra civile spagnola nello stesso teatro — sceglie una via dichiaratamente anti-folklorica: riportare la vicenda negli anni della seconda rivoluzione industriale, cioè tra il 1870 e il 1880 ossia negli anni in cui Carmen prese forma. Il regista motiva così la scelta: raccontare “persone che lavorano, producono, sviluppano” e restituire un teatro “materico”, reale, quasi operaio, sottratto agli stereotipi del colore andaluso. È un progetto concettualmente forte, sostenuto dalla scena fissa in legno, essenziale e ben calibrata, capace di ridefinire gli spazi con sobria eleganza, e da costumi di gusto tradizionale che ancorano l’azione a un ambiente concreto, lontano da oleografie spagnoleggianti. Peccato che questa visione rigorosa si incrini nei momenti di maggiore spettacolarità, quando il bisogno di rendere più vivace il racconto riporta in scena proprio ciò da cui, a parole, si voleva prendere le distanze. Nel quarto atto, in particolare, l’ingresso di danzatrici di flamenco da cartolina illustrata — tacchi martellanti e gestualità sopra le righe (coreografie “etniche” di Maria José Leon Soto) — rappresenta un cedimento evidente al folklore. È un veniale cedimento alla tradizione, ma sufficiente a creare un contrasto tra (buone) intenzioni e risultato visivo, che attenua quell’idea di Carmen “terrena” che avrebbe potuto dare a questo allestimento un segno più deciso e originale.

Sul piano musicale l’avvio non è dei più convincenti, almeno alla prima. Il Coro Lirico Veneto risulta poco compatto e talvolta impreciso soprattutto nel primo e quarto atto, sfiorando momenti di resa quasi dilettantesca. Di altro livello è invece il Coro di voci bianche del Teatro Sociale di Rovigo, al debutto assoluto in questa produzione, formazione giovane ma già sorprendentemente matura, che offre una prova fresca, chiara e ben controllata. Quanto alla direzione, la presenza sul podio di Marco Angius — musicista di solida esperienza specialmente nel contemporaneo — destava certamente curiosità, ma il risultato non appare del tutto in linea con le attese: l’Orchestra di Padova e del Veneto parte rigida e sbilanciata nei registri, mentre la bacchetta procede con eccesso di prudenza. Con il passare degli atti la lettura si scioglie, l’orchestra acquista coesione e ne deriva un quadro più equilibrato, pur lasciando la sensazione di una visione musicale non ancora pienamente compiuta, verosimilmente destinata a maturare nelle prossime tappe venete di Padova e Rovigo.

Il cast vocale, nel complesso, mostra buona solidità. Brilla soprattutto la giovane Caterina Piva: una Carmen sicura, ben proiettata, scenicamente disinvolta e credibile nel delineare una protagonista dal temperamento libero e fieramente autonomo. Al suo fianco, Jean-François Borras offre un Don José vocalmente corretto ma scenicamente un po’ trattenuto e non del tutto credibile nella trasformazione da “bravo ragazzo” che precipita nell’ossessione e infine nel femminicidio. Claudio Sgura firma un Escamillo tradizionale ma di forte presenza, solido e ben rifinito. Meno incisiva del solito Francesca Dotto, altrove interprete matura ma che tratteggia una Micaëla timida e un po’ scolorita, priva della necessaria forza emotiva. Ottimo il quartetto dei contrabbandieri — Angelica Disanto, Eleonora Filipponi, William Hernandez e Roberto Covatta — affiatato, vivace e capace di dare ritmo alle scene d’assieme.

Anche a Treviso, la “voglia di Carmen” rimane fortissima: le due date registrano il tutto esaurito e il pubblico accoglie lo spettacolo con calore sincero. Un successo che conferma, al di là di qualche irregolarità, la vitalità inesauribile di un titolo che continua a parlare agli spettatori di oggi.

https://www.giornaledellamusica.it/recensioni/carmen-tra-industria-e-passione


Treviso, Teatro Comunale Mario Del Monaco – Carmen

A ricordo del centocinquantenario dalla prima dell’opera e dalla morte di Georges Bizet, il Teatro Comunale Mario del Monaco mette in scena Carmen, non nella versione opéra-comique originaria, ma in quella opéra lyrique con i recitativi di Ernest Guiraud. Una serata senza particolari accensioni, ma che permette di riflettere su temi attuali, anche dal punto di vista psicologico. Si consideri, ad esempio, la protagonista: in un’epoca in cui alla donna non è permesso neppure scegliere il proprio sposo, la gitana ribadisce spesso il suo anelito alla libertà, intesa come vita al di fuori dalla logica delle leggi (la regola della montagna è avere la propria volontà come guida) e che si manifesta anche nell’espressione di una vita erotica e amorosa senza alcun freno (l’Amore non ha mai conosciuto leggi, si canta nell’Habanera).

Ma l’assenza di legge significa anche lasciarsi trasportare dalle pulsioni, comprese le più distruttive. Nello spettacolo realizzato e coordinato da Filippo Tonon questa prospettiva si fa quasi exemplum: da una parte la protagonista, in preda a una profonda pulsione di morte, sembra quasi cercare volontariamente la propria uccisione; dall’altra, Don José, ridotto a una bestia, non riesce più a trattenere i propri impulsi, perché proprio Carmen gli ha tolto quella legge sociale e morale incarnata dalla figura della madre, che Micaëla evoca più volte. Anche a livello di costumi (ideati dallo stesso Tonon e da Carla Galleri), la scena finale ribadisce questo contrasto: Carmen, vestita da toreador, tormenta l’ufficiale con parole che hanno il sapore di picche lanciate sulla schiena del toro, istigandolo e spingendolo fino all’omicidio.

Lo sfondo del dramma non è la Spagna esotica a cui siamo abituati, quanto l’età dell’acciaio e del vetro introdotta dalla seconda rivoluzione industriale, anche se alcuni elementi tradizionali vengono lasciati nei costumi e soprattutto nelle danze. Una scelta non del tutto convincente: l’atto terzo, che prevederebbe un’ambientazione notturna e montana, si svolge in una stazione ferroviaria dismessa; in questo contesto i contrabbandieri sembrano piuttosto profughi abbandonati al proprio destino; impressione rafforzata da alcuni atteggiamenti della protagonista verso i più deboli del gruppo. Sul piano registico è soprattutto il coro a soffrirne, specialmente nella seconda parte dell’opera, dove i movimenti risultano poco curati.

Durante il secondo atto, va segnalata un’intuizione tematica del regista che però non viene sviluppata in maniera convincente: dopo la presa in giro di Carmen a Don José per la sua volontà di rientrare in caserma al suono della ritirata, lui le intima di ascoltarlo afferrandole la gola, dopo di che canta “La fleur”. Carmen gli risponde come se nulla fosse. È comprensibile l’intenzione di portare alla luce dinamiche presenti nelle relazioni disfunzionali che possono portare al femminicidio, ma il ritorno improvviso alla normalità da parte di Carmen non viene gestito al meglio, come se il gesto ferino dell’ufficiale non avesse ricadute psicologiche sul comportamento di lei.

Caratteristica precipua di Bizet è la ricerca della raffinatezza, percepibile soprattutto nei colori orchestrali e nell’uso consapevole dei Leitmotive: è verso queste preziosità, più o meno nascoste, che si dirige l’attenzione del maestro Marco Angius alla guida dell’Orchestra di Padova e del Veneto, in una lettura che privilegia l’eleganza del suono più che la tensione drammatica. Dopo un primo atto fiacco e con qualche sbavatura da parte degli orchestrali, l’esecuzione trova progressivamente slancio, pur senza diventare travolgente.

In questo contesto risulta vincente la scelta di Caterina Piva (Carmen) di evitare ogni tentazione verista, sostenendo invece la cantabilità della parte con un suono sempre sul fiato. In accordo con il regista, delinea una sigaraia decisa e consapevole, insieme carnefice e vittima. Credibile e coinvolgente, conquista gli spettatori fino al meritato trionfo. Il Don José di Paolo Fanale è perfetto nella rappresentazione di questo rapporto ambivalente, specialmente nel duetto finale; sebbene si percepisca qualche piccola incertezza negli acuti, “La fleur que tu m’avais jettée” ottiene il plauso del pubblico. Francesca Dotto è una Micaëla consapevole delle regole sociali e di come Don Josè sia precipitato in un inferno da cui neppure lei potrà salvarlo. Nonostante qualche acuto della sua aria non sia molto pulito, si fa apprezzare per la morbidezza dell’emissione. Claudio Sgura, Escamillo, piace al pubblico per la sua voce ampia e duttile. Il Dancaïro e il Remendado (rispettivamente William Hernàndez e Roberto Covatta) non sono trattati come semplici caratteristi: i loro timbri, specialmente quello del primo, risultano avvolgenti. Le ottime interpretazioni sceniche di Angelica Disanto (Frasquita) e di Eleonora Fipponi (Mercédès) sono supportate da un buon colore vocale. Notevole lo Zuniga di Alessandro Ravasio, la cui voce stentorea si piega alle esigenze della parola e delle intenzioni sceniche; completa il cast con eleganza il Moralès di Said Gobechiya.

Il Coro Lirico Veneto, diretto dal maestro Alberto Pelosin, si dimostra quasi sempre ben preparato, pur con qualche imprecisione ritmica e qualche disomogeneità fra le voci. La presenza scenica del Coro di voci bianche del Teatro Sociale di Rovigo diretto dal maestro Francesco Toso è trascinante e vivace, anche se talvolta l’eccesso di verve vocale rende i piccoli cantori un po’ affaticati. Le coreografie curate da Maria José Leon Soto per il secondo e il quarto atto risultano coinvolgenti e contribuiscono a restituire l’ambientazione spagnola, altrimenti messa in secondo piano dalla regia di Tonon. 


‘CARMEN’ SI IMPONE AL TEATRO M. Del Monaco DI TREVISO

Recensione di ‘Carmen’, al Teatro ‘M. Del Monaco’ di Treviso

 Il teatro Comunale ‘Mario Del Monaco’ di Treviso ha messo in scena, come secondo titolo della Stagione, un’opera quanto mai impegnativa: ‘Carmen’ di Bizet.

Scelta coraggiosa. Oltretutto elegantemente proposta in chiusura del centocinquantesimo anno dalla prima e dalla morte del compositore. Anniversario che sembra sfuggito alla maggioranza dei teatri italiani. Elemento quanto mai curioso in un  paese in cui si commemora qualsiasi cosa.

Per un teatro di tradizione non è facile affrontare una simile messa inscena: ci vogliono grandi voci, tante masse corali, figuranti, ballerini, scenografie importanti.

Va sempre ricordato, però,  che il teatro di Treviso sta vivendo un momento magico.

Non tanto e non solo per quello che propone, ma per come lo propone: un clima appassionato, con un coinvolgimento che prende tutti.

Scoprire che gli addetti alla biglietteria, finito il lavoro, si tuffano a guardare l’opera da un palchetto laterale; essere accolti sempre da personale sorridente, pronto a rispondere ad ogni domanda; vedere il direttore artistico che va a sostenere i cantanti, poi corre in platea a salutare gli abbonati storici, accompagna i recensori, verifica che tutto sia in ordine ovunque; sentirsi negare, per autentiche ragioni di sicurezza, un passaggio in  un corridoio  ed essere colmati di spiegazioni e scuse, sono tutti elementi che fanno la differenza.

Perché è vero che poi lo spettacolo si fa in scena, ma francamente il pubblico ha diritto a sentirsi considerato, rispettato, almeno trattato bene . 

Sappiamo benissimo che non accade ovunque e quando succede è una gioia poterlo rimarcare.

Detto questo, rimane il fatto che ‘Carmen’ è opera complessa, sulla quale sono inciampati in tanti e quindi le aspettative, come anche i timori, erano elevate.

Sgomberiamo subito il campo da esitazioni: scommessa vinta. 

Uno spettacolo riuscito, che avrebbe fatto una magnifica figura nella stagione di una qualsiasi delle più prestigiose Fondazioni liriche italiane e che speriamo che altri teatri riprendano, perché sarebbe un peccato che tanta energia creativa positiva andasse dispersa.

Una grossa parte del merito va riconosciuto all’allestimento, firmato come regia e parte dei costumi (condivisi con Carla Galleri) da Filippo Tonon.

Un impianto costruito, impegnativo, con delle strutture metalliche che paiono raccogliere l’eredità di quelle lignee di Ronconi in Arena,  ma  al tempo stesso duttile alle trasformazioni.

Il sipario si apre su una claustrofobica fabbrica di sigarette; poi una suggestiva parete di casse di legno, un po’ Mondrian, un po’ Ceroli, regala una ambientazione più intima, che le luci trasformano nella vivace Osteria di Lilas Pastia. 

Si alza una parete, si apre uno spazio ed ecco che siamo in una miniera, rifugio dei contrabbandieri. Un’agile discesa del muro di legno, ingemmato di manifesti e siamo di nuovo a Siviglia, in attesa dei toreri che ci accompagnino in Arena.

Una magnifica macchina scenica, bene illuminata da Fiammetta Baldiserri  e Silvia Vacca, che supporta anche  la resa acustica.

Certamente Tonon è ottimo uomo di teatro, che meriterebbe anche ribalte più ampie.

La narrazione scorre veloce ed interessante.

La Carmen proposta è molto simile a certe influencer nostrane: antipatica, piena di sé, ostenta strafottenza ed atteggiamenti da bulla di periferia.

Sicura di uscire sempre vincente, ignora le regole sociali ed usa le persone, umiliando Don Josè che risulta il suo zerbino.

Quando sulla sua strada incrocia qualcuno più forte di lei, come Escamillo, va in crisi. Perde un po’ il controllo della situazione e tutto precipita: il torero brilla, lei pare innamorarsi, Don Josè impazzisce perché si sente buttato via ed uccide la zingara, mentre il mondo va avanti, incurante di lei e di tutti.

Questa lettura si adatta perfettamente alla partitura di Bizet, ma riesce a reggere in presenza di interpreti di valore, che alla recita cui abbiamo assistito abbiamo trovato.

Ma andiamo con ordine.

 Innanzitutto se Tonon vince per gli aspetti visivi, va sottolineato che Marco Angius, che dirige l’ Orchestra di Padova e del Veneto, offre una lettura attenta, vivace ma equilibrata, mettendo in evidenza le potenzialità positive di un organico brillante.

Non forza mai ed in ‘Carmen’ è dote preziosissima, perché l’effetto caos è sempre in agguato. Regala un suono pulito, ben articolato, mettendo in evidenza le varie sezioni orchestrali.

Sostiene con bravura i cantanti e garantisce l’esito trionfale della serata anche dal punto di vista musicale.

‘Carmen’ prevede una partecipazione sontuosa dei cori. Scenicamente sono  tutti bravissimi. Appassionati ed in parte. Si vede un impegno che è quasi commovente e sicuramente entusiasmate. Dal punto di vista della resa vocale, la sezione femminile del Coro Lirico Veneto, diretto da Alberto Pelosin, riesce ad essere più convincente  di quella maschile.

I ragazzi del Coro di voci bianche del teatro di Rovigo , sotto la guida di Francesco Toso,  sono calati nel loro ruolo e perfettamente padroni del palcoscenico.

Riuscite le coreografie di  Maria José Leon Soto, eseguite da un affiatato sestetto di ballerini.

Passando ai cantanti, necessario sottolineare l’apprezzatissima aderenza alla narrazione voluta da Tonon.

Ogni personaggio ha un’identità precisa, una sua personalità  e di fatto la maggior parte degli interpreti risponde decisamente bene alle aspettative.

Said Gobechiya regala la sua figura elegante, ma anche una voce interessante per colori e peso,  a Moralès.

Riuscito lo Zuniga di Alessandro Ravasio, scenicamente credibile e musicalmente appropriato.

In continua crescita William Hernandez, che ha cesellato un interessante  Dancairo, mostrando uno strumento vocale solido, ricco di colori ed una notevole capacità attoriale. Notevole la sintonia con Roberto Covatta, piacevole Remendado, dalla voce chiara e le spiccate capacità sceniche.

Il quartetto dei contrabbandieri è completato da Frasquita e Mercedes.

La prima è interpretata da Angelica Disanto, che si muove con garbo e misura e pastella una zingara dalla voce decisa, alle volte perfino stentorea.

Eleonora Filipponi, Mercedes, continua il suo convincente percorso vocale, mostrando delle note basse piene, rotonde, a tratti solfuree, acuti solidi ed un centro pieno. La sua zingara è sostanzialmente una creatura notturna dalla prorompente personalità e come una pantera si muove, senza risultare, però, mai macchiettistica.

Paolo Fanale è chiamato a dare corpo ad un Don Josè debole. La regia non vuole l’uomo avvenente che ci ha consegnato Del Monaco, neanche quello vincente di Domingo, ma un soldato fragile, che si innamora, entra in crisi prima con sé stesso, poi con la fidanzata, che non riesce a non essere un bravo figlio, neanche un buon soldato, neppure un amante appassionante.

Certamente per tre quarti dell’opera è una vittima di Carmen ed alla fine, prima di pugnalare la sigaraia, sceglie di uccidere il suo mondo. Pare quasi che non voglia rientrare in quei ranghi dai quali è faticosamente uscito.

La prova vocale è corretta, funzionale agli obiettivi e l’aria del fiore raccoglie il plauso del pubblico.

Francesca Dotto racconta una Micaela severa. Più arrabbiata che ancora innamorata, affronta le due arie con toni decisi. Nel primo duetto con Don Josè, ‘Parle-moi de ma mère!,’ emergono più le doti vocali di ciascuno degli interpreti che l’intesa e questo è un interessante modo di guardare alla vicenda. 

Nel terzo atto  appare più evidente la chiave del rimprovero che quella della malinconia e della speranza del ritrovato amore.

Claudio Sgura è un credibile Escamillo. Carismatico, aitante, sicuro di sé, è l’opposto di Don Josè e la differenza fra  i due caratteri viene sublimata nel duetto del terzo atto, nel quale la voce sicura e ricca del baritono troneggia sul canto sofferto e struggente del tenore.

Sgura è artista dalle grandi potenzialità, che vanno ben oltre  il riuscito Scarpia che viene chiamato ad interpretare in tutto il mondo. Interprete attento, non stereotipato neanche quando il ruolo lo suggerirebbe, sensibile e preparato, trova per il torero una vocalità piena, ricchissima, sicura in ogni passaggio e dai colori suadenti. Il suo Escamillo è il muro contro cui si infrangono le sicurezze di Carmen. Lui sa che è più forte di lei, che ce l’ha in pugno e, quando ritorna a Siviglia, viene a riprendersela. E lo fa prima con una entrata deflagrante,  potentissima, affascinante, dai fiati mirabolanti e dalla vastissima tavolozza di sfumature; poi mantenendo una solidità ed una intensità narrativa che danno finalmente il giusto spessore a questo personaggio, che non è un atleta belloccio, ma un uomo sicuro di sé e ricco di carisma.

Caterina Piva è Carmen. Risponde bene alle richieste della regia, regalando  una interpretazione decisamente non oleografica e superando con bravura  le difficoltà vocali del ruolo.

E’ donna più sicura che sensuale, più determinata che accattivante. A tratti verrebbe da dire monolitica, ma sempre musicalmente appropriata.

Quando canta ‘L'amour est un oiseau rebelle’ pare lanciare un proclama. Una sorta di creatura che si pone in modo ostentatamente sensuale, che crede di far capitolare il mondo con uno sguardo, con un gesto.

La voce è sicura, i colori interessanti, i fiati ampi. Solidi gli acuti.

Man mano che la storia prosegue, Carmen si fa sempre più ferina, conscia che la sua sicurezza è l’arma seduttiva vincente. Almeno finchè non troverà sulla sua strada qualcuno più forte di lei.

Una vera apoteosi il volo a bordo del tavolo a Lilas Bastia: nel caos più totale, lei ha tutto sotto controllo, perché ha in mano la vita di tutti i presenti.

Una donna così determinata non può avere cedimenti e di questo risente un po’ l’espressività, in particolare nella scena delle carte, nella quale la Piva sfoggia, però,  grande sicurezza negli acuti. 

Suggestiva  la resa del finale, con lei potente e lui dolce, fino al momento dell’omicidio, avvolto nella luce drammatica di un occhio di bue che scava  nella violenza del femminicidio ed evidenzia la pochezza dell’assassino.

Alla fine, un meritato trionfo di applausi, con innumerevoli chiamate al proscenio per tutti.

Ancora una volta una sfida alla grande dal teatro ‘Mario Del Monaco’.

 10 dicembre 2025

Gianluca Macovez - https://www.laplatea.it/index.php/teatro/recensioni/6737-carmen-si-impone-al-teatro-m-del-monaco-di-treviso.html

Padova, Teatro Verdi: “Carmen”

Padova, 29 dicembre 2026
È ormai luogo comune ricordare come Carmen, al suo debutto parigino del 1875, venisse accolta con sospetto e scandalo, per poi affermarsi come una delle opere più rappresentate del repertorio. Ma ribadirlo non è retorica: significa riconoscere come Bizet, in quell’incontro di opéra-comique, tragedia borghese e impulso verista ante litteram, abbia creato un teatro musicale dalla modernità sorprendente. La produzione presentata al Teatro Verdi di Padova rende evidente questa modernità, senza museificarla e senza stravolgerla. La regia di Filippo Tonon, inserisce la vicenda in un contesto legato alla modernità industriale, evitando la solita cartolina “spagnoleggiante” e riportando la vicenda alla sua crudezza umana. 

Le scene, costruite con funzionalità narrativa, sostengono il flusso drammaturgico: un coinvolgente ma sobrio scenario da seconda rivoluzione industriale apre il primo atto, che si trasforma, grazie a degli originali pannelli in legno, nell’osteria di Lillas Pastia. La quinta da scenario bellico del terzo atto si presta a diventare infine una brillante e sfarzosa corrida nel quarto. Le luci di Fiammetta Baldisseri danno profondità allo spazio scenico, scolpendo atmosfere non decorative ma psicologiche composte da individui reali, desideri reali, conflitti sociali e personali. Le coinvolgenti coreografie di Maria José Leon Soto diventano parte del racconto, mai semplice contorno folclorico. Inoltre le numerose presenze sceniche si muovono senza intralci, cosa non facile, senza limitarsi certo a fare da sfondo di cartolina. Rilevanti anche i costumi che contribuiscono a creare un bellissimo quadro oleograficoIl risultato è uno spettacolo coerente, che sa parlare al presente senza mai tradire Bizet. Sul piano musicale, Marco Angius imprime alla partitura un respiro chiaro, luminoso, mai opaco o pesante. La cura dei colori orchestrali restituisce quella particolare raffinatezza francese che colloca Carmen accanto a Gounod e Massenet, pur anticipando, per densità emotiva e tensione teatrale, sensibilità successive. La tessitura ritmica della Habanera, la sottile ironia della Seguidilla, la tensione drammatica della scena delle carte, il caldo intermezzo musicale che apre il terzo atto e il progressivo scurirsi dell’ultimo atto trovano in Angius un interprete attento alla coerenza drammatica e alla verità teatrale.

 

L’Orchestra di Padova e del Veneto risponde con precisione e duttilità, mentre il Coro Lirico Veneto preparato da Alberto Pelosin mostra compattezza e una notevole presenza scenica; impeccabile, partecipe e musicalmente solido anche il Coro Voci Bianche del Teatro Sociale di Rovigo. Caterina Piva, bravissima e inappuntabile, offre una Carmen di grande intelligenza musicale: voce duttile, fraseggio curato, consapevolezza drammaturgica. La sua Carmen non è solo seduzione: è libertà, sfida, lucidità tragica. Paolo Fanale, Don José, scolpisce un percorso psicologico chiaro e credibile, sostenuto da una linea vocale generosa e al contempo controllata, con particolare efficacia nel progressivo crollo emotivo del personaggio. Claudio Sgura porta ad Escamillo solidità vocale e carisma scenico, in linea con la migliore tradizione del ruolo, mentre Francesca Dotto regala una Micaëla intensa e musicalmente rifinita, capace di commuovere senza sentimentalismi facili. Completano con sicurezza e coesione l’eccellente squadra di artisti che di certo non si lascia mettere in ombra dai protagonisti: Angelica Disanto e Eleonora Filipponi brillano nei momenti d’assieme; William Hernandez e Roberto Covatta offrono freschezza teatrale; Alessandro Ravasio e Said Gobechiya assicurano autorevolezza ai loro personaggi, contribuendo a un insieme vocalmente omogeneo e scenicamente vivo. Un plauso anche all’ottima dizione francese di tutti i cantanti. Accolta con grande calore dal pubblico, questa Carmen padovana dimostra come rispetto della tradizione, consapevolezza storica e lettura contemporanea possano convivere. Foto Nadia Hach

Padova: una Carmen storicizzata

Non posso suonare la musica dell’ultima scena senza le lacrime agli occhi; da una parte, l’esultanza grossolana della folla che guarda la corrida; dall’altra la tragedia atroce e la morte dei due personaggi principali che un destino avverso, il fatum, ha spinto e condotto, dopo molte sofferenze, verso una fine inevitabile. Sono convinto che tra dieci anni Carmen sarà l’opera più popolare al mondo”.

Risuonano oggi quasi profetiche le parole di Pëtr Il’ic Cajkovskij, grande ammiratore di Bizet, che nel gennaio del 1876, riuscì ad assistere a una delle ultime recite di Carmen del primo ciclo, iniziato all’Opéra-Comique nel marzo del 1875, rimanendone letteralmente folgorato.

Nonostante la fredda accoglienza del pubblico dell’Opera-Comique di Parigi, che rimase disorientato alla prima rappresentazione, che andò in scena poco meno di 50 volte, dal 3 marzo 1875, senza ottenere un vero consenso, dopo ben più dei 10 anni prospettati da Cajkovskij, rappresenta ancora “uno dei massimi capolavori del teatro di tutti i tempi” riprendendo le parole del musicologo Michele Girardi.

Opéra-comique in quattro atti su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, tratta dalla novella omonima di Prosper Mérimée subì modifiche e riarrangiamenti per poter essere esportata all’estero, rendendo necessaria la sostituzione dei dialoghi parlati con i recitativi, come in precedenza avevano fatto anche Meyerbeer con due opéras-comiques, Thomas con Mignon, Delibes con Lakmé e Massenet con Manon. A causa della morte prematura di Bizet, nella notte tra il 2 e il 3 giugno 1875, questo lavoro di adattamento venne affidato a Guiraud, suo amico e compagno di studi.

Poco prima di morire, infatti, Bizet aveva firmato un contratto con il teatro austriaco per musicare le parti recitate del libretto, ma del compito si dovette occupare l’amico Ernest Guiraud che, oltre a comporre i recitativi curò la prima edizione a stampa della partitura del 1877. Guiraud trasformò l’opera in sfarzoso grand-opéra, concezione lontana dalle intenzioni di Bizet che contribuì però a portare Carmen sulle ribalte dei palcoscenici di tutto il mondo, dove si affermò entro poco tempo come uno dei titoli più popolari dell’intero repertorio.

Tale fama, sfidando il tempo, resiste ancora oggi, e, a 150 anni dalla prima rappresentazione, il titolo è stato scelto dalla Stagione Lirica 2025 di Padova per chiudere l’anno, il 28, 29 e 31 dicembre 2025, al Teatro Verdi di Padova.

Proposta anche in questa occasione con i recitativi musicati da Guiraud, la coproduzione tra il Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso, il Teatro Sociale di Rovigo, la Fondazione Teatro di Pisa e la Fondazione Rete Lirica delle Marche, ha affidato regia e scene all’esperienza ed alla professionalità di Filippo Tonon, regista affermato, che dal 2002 collabora stabilmente con la Fondazione Arena di Verona e ha lavorato con registi di fama internazionale quali Franco Zeffirelli, Gianfranco de Bosio, Pier Luigi Pizzi, Hugo De Ana, Graham Vick, La Fura dels Baus e Arnaud Bernard.

Interessante la scelta di ambientare la vicenda durante la Seconda Rivoluzione Industriale (1870-1880), anni in cui l’opera è stata composta, piuttosto che nel 1820 come riportato nel libretto. Questa scelta ha “permesso di raccontare – come ha dichiarato lo stesso Tonon – la storia di persone che lavorano, che producono, che sviluppano, facendo assaporare il contatto con la terra, elemento che porta a fare i conti con se stessi e con la realtà” disegnando una Carmen “reale, terrena e materica”.

Da questo ha preso origine uno spettacolo in cui Tonon è riuscito con grande abilità a muovere le masse corali, seppur in un palcoscenico di dimensioni limitate rispetto a quelle dei grandi teatri in cui è solitamente abituato ad operare, creando tableaux visuali di grande potenza espressiva in cui risalta la dimensione teatrale concepita da Bizet, anche grazie al prezioso gioco di luci curate da Fiammetta Baldisseri.

In questa esaltazione di teatro e parola cantata non sono mancati gli elementi folclorici e pittorici, limitati solo ai colori sgargianti dei costumi di matador, picadores, banderilleros nella coloratissima sfilata che precede la corrida al termine dell’opera e dei ballerini di flamenco nella locanda di Lillas Pastia, ideati da Filippo Tonon e Carla Galleri che ci hanno ricordato in modo molto delicato mai troppo invasivo, l’ambientazione spagnola della vicenda, senza far perdere di vista la caratterizzazione psicologica dei personaggi.

Primo tra tutti ad essere perfettamente messo a fuoco il Don Josè di Paolo Fanale, che è riuscito a far percepire la profonda trasformazione interiore provocata dalla “demoniaca” Carmen che l’ha trasformato da perfetto ufficiale ligio ai propri doveri a uomo completamente in balia delle proprie pulsioni diventando una specie di Mr Hide capace di liberare tutti i più atroci istinti brutali. La caratterizzazione del personaggio è stata resa ancora più efficace dalla variopinta tavolozza sonora della voce del tenore palermitano che passava con disinvoltura dal realismo della parola parlata più aggressiva e animalesca ai delicatissimi filati dell’aria “La fleur que tu m’avais jetée”, che solo pochi cantanti sono in grado di eseguire, in cui risalta tutto il dramma interiore di un personaggio combattuto tra i sentimenti di amore e la smania di possesso nei confronti della sensuale gitana. Tutt’altri accenti riesce a far vibrare nel tenero e delicato duetto con Micaela che tenta di riportarlo ad una realtà più tranquilla e posata. Piccola ma coraggiosa, sfida i soldati e la terribile Carmencita, rimanendo sempre fedele a se stessa, la Micaela interpretata da Francesca Dotto che da voce alla dolcissima contadina promessa sposa di Don Josè, tratteggiandola con una linea di canto sempre impeccabile e con sfumature e filature che seguono il flusso orchestrale lasciandosi andare, quando il dramma lo richiede, in acuti potenti, limpidi e squillanti quasi ad esaltare l’eroismo di questa figura che rimane sempre fedele alle convenzioni sociali lottando, pur sempre nella sua delicatezza, per i valori in cui crede.

Solido e sicuro di se, anche se la voce non risulta sempre libera e squillante come si addice al personaggio, l’Escamillo delineato da Claudio Sgura, unico che riesce ad attrarre la sfuggente Carmen solo perchè ama e comprende la sua natura libera e ribelle.

Vera “burattinaia” e artefice dei drammi interiori dei personaggi con le sue “mirate” provocazioni, che tesse tutto l’ordito della vicenda, l’eccezionale Carmen di Caterina Piva che oltre alla vocalità brunita e calda sempre ben appoggiata, sfodera una teatralità che ricorda le solide doti di attrice di Madame Galli-Marié, prima interprete di Carmen, cantante dotata di un’ampia gamma di registri proprio come il giovane soprano milanese.

Di notevole qualità anche le voci dei personaggi comprimari, in particolare le zingare Mercédès (Eleonora Filipponi) e Frasquita (Angelica Disanto) che insieme a Carmen e ai due contrabbandieri Il Dancairo (William Hernandez) e il Il Remendado (Roberto Covatta) regalano una bellissima esecuzione nel quintetto nell’atto secondo «Nous avons en tête une affaire», ode sfavillante alla seduzione femminile che “suona come un omaggio rivolto a Mozart condito di spezie francesi molto aromatiche”, in cui ancora una volta musica e drammaturgia si fondono nello scambio antifonale delle voci maschili e femminili: i due sessi cercano un’accordo complice, prima contrapponendosi nella strofa, e poi riunendosi nel ritornello accordandosi nelle loro ruberie. Completano il cast la voce corposa e solida dello Zuniga di Alessandro Ravasio e l’ufficiale di basso rango Moralès ben delineato da Said Gobechiya.

A sostenere tutto il discorso drammaturgico-musicale un’Orchestra di Padova e del Veneto ed un Coro Lirico Veneto, preparato in modo corretto da Alberto Pelosin, piegati al servizio del teatro dal M. Marco Angius che è riuscito perfettamente a rendere il gioco di colori e le sfumature di una partitura di grande raffinatezza in cui Bizet ha la capacità, come pochi, di mettere la tecnica contrappuntista al servizio della drammaturgia.

L’orchestra ha raggiunto forse il suo apice nel “circense” preludio, come lo definisce Busoni, che anticipa all’inizio dell’opera quel crudele spettacolo dove Carmen è una maga incantatrice e dove “l’autore ha cercato invece pingervi uno squarcio di vita” anticipando di vent’anni il verismo dei Pagliacci di Leoncavallo, nascondendo la terribile tragedia in quella musica dai tratti apparentemente allegri e spensierati, e nel delicatissimo intermezzo tra il secondo ed il terzo atto, dove alle delicate sonorità dell’arpa e del flauto si uniscono le sonorità omogenee ed il pastoso colore degli archi dell’orchestra che mai come in questo spettacolo sono riusciti a dar vita ad un solido tappeto sonoro su cui si regge tutta l’opera.

Degno di particolare nota l’ottima performance del Coro di voci bianche del Teatro Sociale di Rovigo, preparato in modo eccellente dal M. Francesco Toso, sempre preciso sia vocalmente che musicalmente, e, che vede già dei piccoli artisti estremamente professionali e perfettamente a proprio agio sul palco e immedesimati nel loro ruolo.

Il pubblico, rimasto sospeso e senza fiato, quasi timoroso nell’applaudire in quanto pietrificato dalla magia che stava avvenendo sul palcoscenico si è letteralmente scatenato in applausi pieni di entusiasmo e approvazione al termine dell’opera e nonostante le tre ore e mezza non ha accusato momenti di stanchezza mantenendosi concentrato e attento dalla prima all’ultima nota.

Federica Bressan
(30 dicembre 2025) https://www.lesalonmusical.it/padova-una-carmen-storicizzata/

"Carmen" di Bizet: amore, passione e ribellione senza tempo

Una doppia ricorrenza – i 150 anni dalla morte di Georges Bizet, e dalla prima della sua Carmen – in Italia non ha prodotto molte celebrazioni. Qualche nuova produzione però s'è vista, come questa che partendo dal Teatro Mario Del Monaco di Treviso raggiungerà fra breve i teatri di Padova, Rovigo e Pisa, ed in primavera Fermo, Ascoli Piceno e Fano. Con un'intera mise en scéne – regia, scenografia, costumi - poggiante nelle mani di Filippo Tonon, che rifacendosi all'epoca di composizione dell'opera adotta un'ambientazione di fine Ottocento, portandoci nel pieno della Seconda Rivoluzione Industriale.

Teatroit Carmen Treviso 2025 01

Una buona costruzione scenica

Questo primo spunto gli ha suggerito di ambientare la Carmen in un enorme opificio, che trasformandosi poco a poco - anche con l'ausilio delle luci di Fiammetta Balsìdiserri e Silvia Vacca - ci conduce dalla piazzale antistante la manifattura di tabacco sino all'assolata Plaza de Toros dove la vicenda si conclude. Una scelta, fattoci l'occhio, che prende e funziona, anche se il covo dei gitani - una sorta di scalo ferroviario - sembra affollato da profughi disperati più che da scaltri contrabbandieri. 

I tradizionali costumi disegnati da Tonon insieme a Carla Galleri sono pertinenti, curati e piacevoli; la regia da canto suo procede coerente e diritta, senza defaillances, senza scarti di logica, senza quelle bizzarrie sceniche che a volte ci vengono imposte; e le affollate scene d'insieme sono risolte con indubbia perizia, oltre che con colorita vivacità. Però gli interventi coreografici curati da Maria José Leon Soto, affidati a danzatori di flamenco nostrani più volenterosi che qualificati - il bailaor maschio, realmente impacciato – non sortiscono certo il risultato previsto.

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Concertare, dirigere, ma dove va la musica?

La prova direttoriale di Marco Angius, a capo di un'Orchestra di Padova e del Veneto non all'altezza della sua fama, persuade solo in minima parte. La sua spigolosa direzione non si capisce dove vada a parare, staccando tempi non sempre adeguati, lasciando a tratti sbilanciate le sezioni orchestrali, non svelando un'architettura musicale univoca. Asseconda le esigenze del palcoscenico, senza tuttavia trovare sempre pieno accordo con esso. E se è giusto tenere acceso il tessuto strumentale, intriso da Bizet di colori sgargianti, certi eccessi nelle dinamiche – prendi l'Introduction dove gagliardi ottoni scandiscono un fragoroso zum-pà-pà-pà, le percussioni esultano giubilanti – risultano decisamente fuori luogo.

Una protagonista dallo spiccato temperamento

Sul palcoscenico, invece, tutto fila liscio. Spicca per analitico fraseggio e per capacità d'immedesimazione la Carmen di Caterina Piva, in una parte che pare tagliata su misura per lei, sin dal suo ingresso in scena. La voce mezzosopranile è attraente, setosa e vellutata, omogenea nell'intera gamma, piena in alto e salda nel registro inferiore; il canto scorrevole e morbido, variato nei colori. Una Carmen prossima alla perfezione, nella voce e nel carattere d'una giovane assetata di vita, sensualissima, ammaliante; ma, nel fondo, tormentosamente irrequieta, e tragica.

Squisitamente lirico ed allo stesso tempo piacevolmente virile risulta lo Josè di Jean-François Borras, che ad un'emissione rotonda, corposa, in grado di filare sul soffio le mezzevoci, luminosa e squillante negli acuti - sempre controllati, mai aperti - accompagna una valida indole attoriale, ritagliando un personaggio a tutto tondo, plausibile nella trasformazione psicologica da diligente brigadiere a démone posseduto dalla gelosia.

Teatroit Carmen Treviso 2025 02

Una zingara ammaliatrice, un'ingenua paesanella

Francesca Dotto si prende carico, sfruttando appieno le sue ragguardevoli doti vocali, della tenera Micaëla, e ne fa un personaggio toccante - una paesanella graziosa, espressiva, dall'ingenuità seducente - e sapientemente sfumato nella ferma linea di canto. Claudio Sgura completa il novero dei protagonisti con il suo timbratissimo Escamillo, impetuoso toreador dalla voce sonora e bronzea, e dalla presenza scenica magnetica. 

C'è poi da dire della buona scelta di efficenti comprimari, ognuno impegnato ad assolvere a puntino il proprio ruolo. Sono Angelica Disanto (Frasquita) ed Eleonora Filipponi (Mercédès), fascinose gitane; William Hernandez (Dancairo) e Roberto Covatta (Remendado), pittoreschi malfattori; Alessandro Ravasio (un arrogante Zuniga) e Said Gobechiya (un ottimo Moralès). Bene il Coro Lirico Veneto guidato da Alberto Pelosin, al pari delle piccole Voci Bianche del Teatro Sociale di Rovigo preparate da Francesco Toso.